Talvolta capita di sentire responsabili di team o di intere Direzioni HR lamentarsi perché le persone non sono motivate. Arrivano in azienda già stanche, con poche energie e poca voglia; con l’unico obiettivo di far arrivare sera, e poi la fine della settimana, del mese, dell’anno e, per chi ha parecchi anni di carriera sulle spalle, il momento della pensione.

Non sempre il quadro che viene descritto corrisponde esattamente alla verità, tuttavia, si avvicina a grandi linee all’atteggiamento mentale ed emotivo di quel tipo di collaboratori.

Situazioni di questo genere sono poco proficue per tutti: per il team, per l’azienda e per le persone stesse che, in ogni caso, in azienda passano gran parte del loro tempo.

Di fronte a tali scenari, i responsabili spesso si scoraggiano, cadendo loro stessi in uno stato di demotivazione. “Non possiamo fare niente” spiegano, “non possiamo dare premi o aumentare gli stipendi. Gli avanzamenti di carriera non sono sempre possibili, e non prevedono neppure percorsi infiniti. Non possiamo motivare in alcun modo i nostri collaboratori”.

Tra tutte queste considerazioni, una di queste è sempre e assolutamente vera: nessuno può motivare un’altra persona, sia essa un collaboratore, un amico, un parente. Ognuno di noi può motivare soltanto se stesso. Allora abbiamo già perso prima ancora di iniziare a giocare…

No, non è così. Noi possiamo offrire alle persone le leve giuste, affinché esse possano trovare il modo di motivarsi. E, nella maggior parte dei casi, le leve per la motivazione non sono il denaro o le medaglie da appuntare sulla giacca. I premi, gli aumenti di stipendio, i riconoscimenti portano soddisfazione, non motivazione. E questi due sentimenti sono molto diversi tra loro.

Facciamo una semplice riflessione.

Cosa ci succede, dopo il pantagruelico pranzo di Natale, quando siamo sazi e soddisfatti di tutte le prelibatezze gustate? Siamo per caso spinti dalla voglia irrefrenabile di agire? Di dare inizio a un progetto? Di dare sfogo alla nostra creatività?

La risposta, almeno nella maggior parte dei casi, sarà No!

Molto probabilmente, ci sentiremo pigri, appesantiti e, il più delle volte, finiremo anche con l’assopirci.

Queste sono le energie che la soddisfazione mette in circolo. E ciò che succede col cibo succede in qualsiasi altro ambito della nostra vita.

La soddisfazione si riferisce al passato e dà un forte senso di appagamento che non risulta essere il carburante utile alla motivazione.

La motivazione è riferita al futuro, a ciò che ancora non abbiamo raggiunto, alla versione di noi che ancora non siamo. Sono il desiderio, il bisogno, i progetti, gli obiettivi, le ambizioni, le passioni che portano alla motivazione.

Allora, meglio nessuna soddisfazione? Le soddisfazioni ogni tanto fanno bene, ma se facessimo il pranzo di Natale tutti i giorni, probabilmente moriremmo in tempi brevi.

Ciò che più conta è non farsi guidare dall’illusione che le soddisfazioni portino motivazione. Sembrerebbe naturale, ma non è così. Se ci facciamo guidare da questa credenza non aiutiamo le persone a trovare la loro motivazione e, inoltre, viviamo la frustrazione e il risentimento di non trovare riscontro positivo dal nostro esserci adoperati per elargire soddisfazioni di vario genere.

Se vogliamo – e riteniamo corretto – premiare un nostro collaboratore, facciamolo con gioia e gratitudine per quello che ha fatto, per i risultati che ha portato; e invece, quando vogliamo guidarlo nella ricerca della propria motivazione, aiutiamolo a trovare il significato che lo porta a fare e a essere valore per sé e per gli altri.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo mail non sarà pubblicato.

Post Collegati