Una delle tradizioni più diffuse in gran parte del mondo è quella di scambiarsi doni in occasione del Natale. Talvolta l’impegno è di dimensioni talmente elevate – per la gran quantità di amici, parenti e colleghi – che lo si vive quasi come uno dei tanti doveri che è necessario onorare.

Comunque, alla fine, dopo le spedizioni nei vari negozi e centri commerciali, le lotte per i parcheggi, i budget da rispettare, e le idee di acquisto che diventano sempre più esigue, si vive con piacere e soddisfazione il momento in cui ci si scambia i doni.

E quando la magia del Natale finisce? Dove va a finire la nostra generosità? Dove si nasconde il desiderio di condivisione? Dove perdiamo il piacere di preparare una sorpresa?

Se queste considerazioni valgono nella vita personale di molte persone, ancora più frequenti sono nel mondo professionale, all’interno delle aziende, nei rapporti con i clienti.

Sembra addirittura che l’atto del donare diventi una sorta di pratica da cui guardarsi con una certa circospezione per evitare future spiacevoli sorprese. Quando qualcuno regala, la domanda che più facilmente affiora nei pensieri di chi riceve è: “Cosa c’è dietro a questo atto di generosità? Dov’è l’inganno?”.

E ciò non succede solo per i beni materiali, ma anche per quelli immateriali, come la conoscenza, l’esperienza, le competenze.

Nelle aziende si parla tanto e si investe ancora di più nello spirito di squadra, nella comunicazione interna, nello sviluppo del knowledge management; eppure, troppo spesso, dopo tanta fatica e tanto lavoro, si scopre che le notizie non circolano, che i dipendenti senior custodiscono gelosamente il loro sapere, che addirittura alcune direzioni e aree di business diverse si osteggiano tra loro durante i processi di condivisione di novità e informazioni.

Perché tante imprese vivono questo problema?

Le risposte possono essere varie e dipendere da fattori diversi, come ad esempio un clima interno negativo basato sul sospetto, una cultura interna specifica risalente a tempi passati e anacronistici, tensioni relazionali tra gli esponenti del top management che si ripercuotono su tutto il resto della compagine.

C’è poi un fattore culturale che interessa una grande quantità di persone e di aziende, il quale è uno dei massimi responsabili di questo fenomeno: la cultura della scarsità.

Purtroppo, molti di noi sono cresciuti facendo riferimento, tra tanti altri, a questo potente e pericoloso concetto: ogni volta che condividiamo qualcosa, ne abbiamo meno per noi.

Se con i beni materiali può essere facile lasciarsi guidare da questo modo di percepire e interpretare la realtà, per ciò che è immateriale, l’errore è ancora più evidente. Quando insegniamo una nostra competenza, l’effetto è la moltiplicazione del sapere, non il suo dimezzamento. La condivisione delle informazioni crea professionalità diffusa e maggiori opportunità per tutti di trarre il meglio da situazioni e contesti.

La cultura della mancanza crea povertà, la cultura dell’abbondanza crea prosperità. E questo vale in tutti gli ambiti della nostra vita, soprattutto quando parliamo del nostro processo di evoluzione e crescita.

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