La magia delle parole: utilizzarle al meglio nella comunicazione scritta

La magia delle parole: utilizzarle al meglio nella comunicazione scritta

Monica Becco
laboratorio-di-scrittura

Le parole sono magiche. Arrivano come emissione concreta del pensiero, il quale, a sua volta, è figlio di due illustri genitori: l’intelligenza e l’emozione.

Le parole possiamo pronunciarle, ma possiamo anche scriverle. E allora l’incantesimo non è più affidato al potere della voce, ma passa invece a quegli svolazzi che si appoggiano leggeri sulla carta; linee d’inchiostro capaci di spiegare, di chiedere, di far fare un sorriso, oppure di gettare nella disperazione.

Parole. Tante. O poche. Dipende dal messaggio che vogliamo passare. Talvolta sembra che non ce ne siano a sufficienza, o che non siano abbastanza adeguate per interpretare correttamente ciò che sentiamo nel profondo dell’anima.

Parole che trasmettono non solo ciò che siamo noi, ma anche ciò che sono stati i nostri antenati.
Parole testimoni di culture millenarie.
Parole che spiegano molto più di quanto noi stessi crediamo nel momento in cui le usiamo.
 

AD OGNI PAROLA IL SUO SIGNIFICATO.

Ogni parola è un mondo intero e non prevede, a differenza di quello che vogliono farci credere, un sinonimo.

Prendiamo per esempio il verbo “ricordare”. Sembrerebbe che usare quest’ultimo o il suo simile “rammentare” sia la stessa cosa. Da un punto di vista pratico, certamente il significato è pressoché identico.

Tuttavia, l’emozione, la forza, la potenza che questi due verbi sono in grado di emanare sono molto diverse.

Ricordare deriva dal latino. Il prefisso re significa un moto al contrario, e il resto del verbo significa cuore (sempre dal latino cor, cordis). In questo caso, quindi, ricordare vuol dire far ritornare al cuore; riportare alla sede delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti – come già sostenevano gli antichi – fatti, pensieri, persone, avvenimenti…

Nella lingua inglese e anche in quella francese, imparare a memoria, si dice “by heart” , oppure “par coeur”, cioè attraverso il cuore.

Diversamente, il verbo rammentare fa esplicitamente riferimento alla mente; parrebbe che rammentare abbia implicazioni molto meno emotive rispetto al ricordare. Forse sarebbe meglio ricordare i bei momenti trascorsi con le persone care e rammentare di passare al supermercato a comprare il detersivo!

Ma questo è solo un esempio.

Se prendiamo in considerazione altri due verbi: considerare e desiderare; qui avremmo il dubbio che questi non abbiano nulla a che fare tra loro. E invece non è così. Ancora oggi, ma molto di più nell’antichità, i grandi matematici, i politici, i sacerdoti e tutte le persone che gestivano il potere, erano profondi studiosi e conoscitori degli astri (in latino sidera). Proprio la posizione e la relazione di questi nello spazio, serviva a trarre informazioni e letture utili a prendere anche decisioni importanti.

In quel caso, i grandi studiosi “consideravano”, (cum-sidera, che significa “in unione con gli astri”), si attenevano cioè a quanto stabilito dall’universo esplorabile.

De-siderare significa invece andare oltre ciò che gli astri hanno già disposto per noi. Desiderare vuol dire perciò permettere ai nostri pensieri, ai nostri sogni, alle nostre ambizioni di spingersi al di là di quanto è già previsto e può di fatto essere soltanto considerato.

Affascinante, vero?

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